IL COTONE
La coltivazione del cotone convenzionale, che copre il 2,5% circa della superficie agricola mondiale, utilizza più insetticidi che qualsiasi altra coltura e presenta i peggiori effetti dell'agricoltura chimica. Ogni anno la produzione del cotone utilizza più del 10% di pesticidi e circa il 25% degli insetticidi impiegati in tutto il mondo.
I coltivatori di cotone utilizzano i pesticidi più pericolosi sul mercato, inclusi aldicarb, phorate, methamidophos e endosulfan. Sono spesso composti di organifosfati, pesticidi originariamente sviluppati come agenti tossici per il sistema nervoso durante la seconda Guerra Mondiale, e carbammati. I pesticidi usati sul cotone anche quando sono utilizzati seguendo le istruzioni, fanno male alle persone e all'ambiente. Questi pesticidi possono inquinare le fattorie degli agricoltori, diffondersi nelle aziende confinanti, contaminare il suolo e le acque di superficie e uccidere gli insetti benefici ed i micro-organismi del suolo. A seconda delle regioni la coltivazione del cotone irriguo, che rappresenta il 53% della superficie coltivata a cotone, richiede da 7.000 a 29.000 litri d'acqua per ciascun chilogrammo di fibra prodotta. (Riyaz Haider e Armir Reller, University of Ausburg, Germany)
Tale acqua se utilizzata su colture chimiche convenzionali viene ad essere inquinata, con grave danno per la vita delle persone e per l'ambiente. Il Lago di Aral in Uzbekistan ad esempio, si è ridotto ad un terzo per dimensione, ha visto aumentare la concentrazione salina da 10 a 34 g/l, con conseguente distruzione di flora e fauna. Le diminuite dimensioni del lago hanno provocato il cambiamento del clima che è diventato più continentale, e la popolazione avendo a disposizione acque superficiali altamente inquinate ha visto aumentare le malattie ereditarie ed infettive. (Becker P. 1992 - Reller A. e Gerstenberg J. 1997)
L'Organizzazione Mondiale della Sanità rileva ogni anno circa 13.000 morti per uso di pesticidi sul cotone.
Il principale Paese produttore di cotone è la Cina con circa 4.500 migliaia di tonnellate all'anno, seguono gli Stati Uniti con 3.800 circa, l'India con 2.400 e il Pakistan con 1.800. E' coltivato anche in Uzbekistan, Turkmenistan, Russia, Paesi dell'Africa orientale e centrale, Turchia, Australia, Brasile, Grecia.
L'India pur essendo il terzo produttore per quantità è il primo per superficie agricola dedicata.
Ma questi dati appaiono aridi se non si scende nella realtà quotidiana degli agricoltori.
“In tutta l'India i contadini sprofondano nell'indebitamento e nella povertà e in molti casi, risucchiati dall'oneroso mercato globale dei pesticidi e delle sementi, finiscono per suicidarci. (...) Le regioni di Bathida, nel Punjab, e di Warangal, nell'Andra Pradesh, le più colpite dal fenomeno dei suicidi tra i contadini, sono zone prevalentemente dedite alla coltivazione del cotone.” Vandana Shiva India Spezzata ed. Il Saggiatore
Ma da dove nasce il problema? Le sementi tradizionali che gli agricoltori riproducono e selezionano da sempre da sé, o che sono selezionate dalle industrie sementiere locali, vengono sostituite da sementi “ibride” prodotte da corporation globali, come la Monsanto e la Cargil. Queste ultime, infatti, con la liberalizzazione nel settore delle sementi che è stata imposta dalla Banca Mondiale, hanno comprato tutte le principali imprese indiane del settore, e impongono sul mercato i propri semi ibridi, che danno luogo a piante incapaci di riprodursi. I semi prodotti dal cotone ibrido, non sono più utilizzabili per essere ripiantati l'anno successivo. I contadini sono quindi costretti ad acquistare tutti gli anni le costosissime sementi delle multinazionali, e con esse anche i pesticidi e i fertilizzanti per queste studiati. Infatti i metodi tradizionali di coltivazione non sono adatti per i semi ibridi.
Quindi a fronte di una maggiore produzione, c'è un indebitamento pauroso degli agricoltori che li spinge al suicidio. In pratica questo modello agricolo ha ridotto in schiavitù molte molte persone.
Inoltre il prezzo del cotone è deciso non da costi di produzione, domanda e offerta su scala locale o almeno nazionale, ma dal mercato globale, che vede pochissimi soggetti acquirenti globalizzati, ed è l'altro braccio della tenaglia che schiaccia gli agricoltori.
LA LANA
Spesso si sottovaluta l'utilizzo di pesticidi sulla lana. Si ritiene infatti che il processo di allevamento delle pecore e di produzione della lana sia di per sé naturale. Ma non è così!
Avviciniamoci ad osservare i moderni metodi di produzione e vedremo che c'è spesso un uso eccessivo di prodotti chimici e pesticidi.
In primo luogo gli Organofosfati. Questi sono pesticidi molto efficienti e a basso costo, per il controllo dei parassiti esterni degli animali, ma altamente tossici per le persone e sono stati rilevati danni causati dal loro uso al sistema nervoso degli allevatori e degli addetti alla lavorazione della lana. Il rischio ambientale continua attraverso la catena di trasformazione della lana. Infatti in tale processo la maggior parte, ma non tutti, degli organifosfati presenti viene rimossa e rimane nella lanolina, nei fanghi di scarto e nelle acque di scarico. Queste ultime vanno ad inquinare il sistema idrico, i fanghi diventano rifiuti pericolosi e la lanolina viene utilizzata per la fabbricazione di altri beni. Su 22 campioni di prodotti contenenti lanolina analizzati dalla US Food and Drug Administration, 15 di questi contenevano Diazinone, vale a dire l'ingrediente attivo degli organofosfati usati sulle pecore. Dei 22 prodotti analizzati, 9 erano rivolti all'infanzia.
Un altro gruppo di pesticidi usato dagli allevatori contro le mosche e i pidocchi sono i Piretroidi di Sintesi, usati per immersione o tramite spugnature e docce. Questi PS sono particolarmente rischiosi per l'ecosistema acquatico, poiché interferiscono con il sistema nervoso centrale di alcuni insetti causandone una rapida paralisi e morte. Gli insetti acquatici e i crostacei sono estremamente sensibili a tracce di Piretroidi di Sintesi. Questi pesticidi sono molto resistenti alla degradazione e con il processo di pulizia e lavaggio della lana finiscono nelle acque e possono distruggere anche tutti i pesci e gli invertebrati dei piccoli laghi di irrigazione. Ma una frazione di Piretroidi di Sintesi rimane nella lana e può causare fastidi alla pelle delle persone più sensibili che la indossano. (Matthew C. Mole The Advent of Organic Wool in North America 2002)
LA SETA
La qualità della seta come tutte le fibre naturali, dipende dalla qualità della materia prima, ed in particolare dal baco allevato e dalle foglie di cui si nutre. Il miglior baco da seta è detto Mulberry Worm, in quanto si nutre di foglie di gelso.
La Cina copre il 93% della produzione di seta. Gli alberi di gelso sono coltivati utilizzando fertilizzanti chimici e pesticidi.
Quali vantaggi offre la seta biologica rispetto alla seta convenzionale? La più grande differenza risiede nel modo in cui sono nutriti i bachi da seta. Per un periodo di circa 30 giorni i bachi da seta digeriscono le foglie del gelso e le trasformano in una sostanza usata per fare il bozzolo. Utilizzando i metodi dell'agricoltura biologica i bachi da seta ingeriscono foglie di alta qualità e prive di inquinanti. Le larve che producono la seta sono estremamente sensibili agli inquinanti ingeriti e possono o morire immediatamente o non svilupparsi pienamente ed essere possibili preda di malattie. Va da se che questo porta a bozzoli più piccoli, macchiati, sottili e di color giallastro anziché bianco perlaceo. Il raccolto risulta più scarso, la seta meno elastica, il filo irregolare e il colore ombrato. Questo ha effetti negativi durante tutti gli stadi di lavorazione successivi.
La seta ottenuta con il metodo biologico è di alta qualità e si vende ad un prezzo più alto sul mercato. Richiede maggiore manodopera e questo migliora l'occupazione nelle zone rurali della Cina.
Un ettaro di alberi di gelso produce 11,25 tonnellate di foglie, che permettono la produzione di circa 200 kg di bozzoli, ma di soli 40 kg di seta grezza.
La Seta Tussah (o tussar), detta anche seta selvaggia, è una seta ottenuta dai bozzoli dei bachi da seta che vivono allo stato naturale nelle foreste tropicali e semi-tropicali. La seta è raccolta dopo lo sfarfallamento della crisalide. Poiché il baco in questo caso mangia foglie di molte specie di alberi, ricchi in tannino, la seta ha colorazioni naturali molto varie dal crema, al beige, al miele, al marrone scuro. Il caratteristico color miele è spesso prodotto quando i bachi si nutrono sulle foglie di quercia. Esistono molte varietà e tipi di seta selvaggia. La seta Tussah è generalmente più resistente rispetto alla seta ottenuta in allevamento.
E' una seta completamente biologica e adatta ai vegetariani: viene detta seta della Pace. In India è considerata di buon auspicio per le cerimonie religiose ed i matrimoni. Questa seta viene di solito tinta con coloranti vegetali dalle sfumature molto speciali.
La seta Bourette è ottenuta dai cascami, la peluria della parte esterna o interna del bozzolo, viene filata dopo cardatura, filato grosso e irregolare non ha le caratteristiche di finezza e lucentezza della bava. Da 100 kg di bozzoli si ricavano 20/25 kg di seta cruda e 15 kg di cascame.